Decreto Crescita, la nuova norma limita i club di Serie A: le società studiano un una soluzione per aggirarla
Il Decreto Crescita della discordia. La misura introdotta dal Governo Conte nel 2019 è sempre di stretta attualità nel mondo del calcio. L’allora Premier la introdusse per favorire il rientro dei cervelli in Italia attraverso benefici fiscali che si possono tradurre nel 50% di detassazione dell’Irpef.
Una norma che è stata sfruttata appieno anche dai club di Serie A – ma italiani in generale – che hanno così potuto attirare campioni con ingaggi più alti e quasi in linea con i tornei inglese e spagnolo. Da quel momento sono arrivati in Italia Cristiano Ronaldo ma, più recentemente, i vari Osimhen, Maignan e Theo Hernandez, tanto per citare alcuni nomi, campioni con ingaggi elevatissimi.
Lo scorso dicembre, però, è arrivata la stretta da parte del governo Meloni: un Decreto limitato solo ai cervelli veri e propri, che hanno quindi “requisiti di elevata qualificazione o specializzazione”).
Da quel momento è iniziata una vera e propria “guerra” tra il calcio italiano ed il governo, con i maggiori esperti, fiscalisti e consulenti di club e Lega Serie A al lavoro per capire come poter sfruttare al massimo questa norma.
Se in molti, con la fine del Decreto Crescita, avevano predetto la fine del calcio italiano in termini di competitività, va sostenuto come i tesserati giunti in Italia entro il 31 dicembre scorso hanno i 5 anni a tassazione agevolata più ulteriori tre.
Per i nuovi ingaggi, invece, tre i nodi principali. Il primo riguarda un titolo di studio: serve necessariamente una laurea triennale. Il secondo paletto prevede una soglia di reddito di 600mila euro: un limite ben al di sotto dei guadagni dei calciatori. C’è, però, il nodo familiare che prevede fino al 60% di abbattimento fiscale se dovesse nascere un figlio in Italia oppure il lavoratore arrivi nel nostro Paese con un minore, situazione, questa, che aggiererebbe anche lo scoglio del reddito.
L’ultimo nodo riguarda l’acquisto di un immobile in Italia entro il 31 dicembre o, comunque, nell’anno precedente al trasferimento della residenza anagrafica in Italia.
I club italiani sono al lavoro per risparmiare sulle tasse e sono pronti ad individuare ogni tipo di “crepa” nella normativa: ciò nonostante, vista la complessità della situazione, nei nuovi contratti redatti con i calciatori c’è sempre più l’introduzione di clausole per una sorta di paracadute ad hoc in grado di tutelare sia club che calciatori.
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